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Dio,
nessuno lo ha mai visto (cf Gv 1,18), anzi non si può vedere Dio e restare in
vita (cf Es 33,20; 1Tim 6,15); eppure Dio si è fatto ‘vedere’ nel Verbo
incarnato e sia il verbo vedere sia i vocaboli ad esso connessi e da esso
derivanti percorrono e descrivono la storia del legame tra l’uomo e Dio,
cammino di Dio verso l’uomo e cammino dell’uomo verso Dio.
Vorrei
ripercorrere almeno alcuni momenti della storia di questo legame che si
snoda lungo il ‘vedere’.
Il presentarsi del
Verbo di Dio nella storia dell’uomo con l’incarnazione consente la
celebrazione del gesto del vedere da parte degli uomini: «andiamo fino
a Betlemme, vediamo questo avvenimento…» (Lc 2,15). Andarono e, dopo
averlo visto, riferirono…; glorificavano Dio per quello che avevano
visto (cf Lc 2,17-20).
Dio
si fa ‘vedere’ e l’uomo può guardare Dio: in questa maniera viene
esplicitato un modo di raccontare la storia del rapportarsi di Dio
all’uomo e dell’uomo a Dio, la storia del cammino della salvezza, la
storia dell’amore che Dio ha per la creatura uscita dalle sue mani, un
amore che si propone in modi diversi e provoca e attende risposte
d’amore dall’uomo.
Di
fatto nella Scrittura, Antico e Nuovo Testamento, il lettore-credente è
posto dinanzi a una serie di testi (con la presenza di vocaboli
molteplici e variegati) che lo mettono in condizione di cogliere lo
sguardo di Dio sull’uomo e sulla sua storia, lo sguardo di Gesù
sull’uomo, come anche lo sguardo dell’uomo verso Gesù. Sembra di
cogliere una sorta di sinfonia generata dallo sguardo. Il linguaggio è
metaforico, ma la metafora è fortemente espressiva e di immediata
penetrazione.
Fin
dagli albori della creazione dell’universo e della vita Dio per mezzo
del ‘guardare’ si mette in rapporto con gli esseri da lui creati:
Dio ‘guarda’ la sua creazione e ‘vede’ che essa è buona.
L’espressione è ricorrente nelle prime pagine della Genesi; si tratta
di un gesto ‘non materiale’ eppure concreto che può mettere in
comunicazione Creatore e creatura; la categoria del guardare è una
metafora il cui contenuto è di immediata comprensione.
Lo
sguardo di Dio non è espressione di un giudizio cui fa seguito una
meritata punizione, ma è messa a nudo di ciò che, presente nel cuore
dell’uomo, porta l’uomo a esprimersi con un gesto piuttosto che con
un altro (cf Gen 4,4 e la differenza nei sacrifici offerti dai due
fratelli Abele e Caino). Lo sguardo di Dio è, così, ciò che illumina
le profondità del cuore e mostra all’essere umano, se è vigile e
accorto, chi e che cosa trova dimora nel suo cuore stesso.
E’
lo sguardo che Dio volge sulle deviazioni ma anche sulle fatiche e sulle
umiliazioni dell’uomo (cf Deut 26,7 …). Dal ‘guardare’
sofferenze e umiliazioni si muove all’agire il Dio misericordioso e
compassionevole; guardare – in questo incantevole e sorprendente
antropomorfismo linguistico espressivo che è l’unica possibilità
escogitata da Dio per farsi conoscere dall’uomo in maniera aderente al
suo vivere – non è soltanto un gesto di ‘occhi’ ma diventa un
gesto del cuore.
Lo
sguardo, l’occhio non finisce nel vedere, pensare, capire, ma …
nell’amare, nel compiere concreti gesti di amore, quelli che liberano
il popolo dalla schiavitù materiale, fisica degli oppressori vari e
quelli che liberano il popolo dalla schiavitù interiore del peccato.
Così,
anche il passaggio dall’Antica alla Nuova Alleanza è ‘segnato’ da
uno sguardo di Dio, sguardo che si posa su una creatura che si riconosce
creatura e niente più: non è forse questo il senso, il contenuto
dell’umiltà che Maria di Nazareth presenta come ciò su cui si posa
lo sguardo di Dio (cf Lc 1,48)?
Lo sguardo di Gesù
La
vita storica di Gesù sulla terra è tutta avvolta nel ‘guardare’.
Vorrei
rimandare a una grande suggestiva tela di Orazio Gentileschi (il pittore
opera all’inizio del 1600) che rappresenta il Riposo
nella fuga in Egitto. La tela è conservata a Vienna (Kunsthistorisches
Museum), ma è stato possibile recentemente ammirarla a Roma nella
mostra “Orazio e Artemisia Gentileschi” a Palazzo Venezia. Il
quadro, con un utilizzo particolarissimo degli effetti della luce, la
luce chiara e trasparente della prima produzione caravaggesca, presenta
un efficace e delicato particolare: Giuseppe è rappresentato mentre
dorme riverso e totalmente abbandonato, Maria è intenta ad allattare il
Figlio e lo guarda; il volto del Bambino è seminascosto dal seno che lo
allatta, ma l’occhio libero è rivolto verso lo spettatore: è
l’unico sguardo di questa tela, che è solo una delle rappresentazioni
che evidenziano lo sguardo di Gesù rivolto a coloro che egli incontra
nella sua esistenza storica.
Lo sguardo con cui
Gesù si volge verso gli esseri umani ha una gamma molto vasta di
manifestazioni e una gamma altrettanto vasta di termini che lo narrano:
da uno sguardo prendono forma=diventano voce le parole della chiamata
dei discepoli alla sequela (cf Mc 1,16-20) o al discepolato (cf ad es.
Lc19,10). Lo sguardo di Gesù penetra le motivazioni profonde del cuore
di chi fa l’offerta al tempio (cf Lc 21,1-4) ed egli riconosce,
distinguendolo (come era già avvenuto all’inizio della creazione), il
cuore di chi dona per amore e dona ciò che ha per vivere e il cuore di
chi dona perché deve donare, di chi dona perché è scrupoloso e
adempiente, ineccepibile quanto ad osservanza della legge, di chi dona
perché deve farsi vedere, e perciò riesce a donare solo qualcosa del
tanto o forse del troppo che ha.
Tra
Zaccheo, il ricco capo di pubblicani, che, piccolo di statura,
desideroso e curioso di ‘vedere’ Gesù, sale su un sicomoro per
vederlo e Gesù stesso, desideroso di fermarsi in casa sua, c’è un
incrocio di sguardi: quando Gesù percorre la città di Gerico, Zaccheo cerca
di vedere quale fosse Gesù ma è sommerso dalla folla e non ci
riesce; per poterlo vedere sale sull’albero; giunto sul luogo, Gesù alza
lo sguardo e gli dice: «Zaccheo, scendi in fretta perché oggi devo
venire a casa tua». Gesù guarda l’uomo e, quando guarda, risana.
Questo capita anche a Zaccheo. Vedendo ciò, tutti (ossia i benpensanti, i saggi della città)
mormoravano. Si incrociano lo sguardo-desiderio di Zaccheo e lo
sguardo-desiderio di Gesù, ne nasce un incontro amorevole, concreto ed
efficace: Zaccheo restituisce il maltolto e dà la metà dei suoi beni
ai poveri; Gesù può ‘salvare ciò che era perduto’. Si incontra
pure lo sguardo-incomprensione-invidia delle ‘brave persone’, di
coloro che invece di guardare Gesù, riescono solo a guardare ciò che
appare e a mormorare per ciò che risulta loro incomprensibile e
inaccettabile.
Lo sguardo di Gesù e i discepoli
Il
nucleo di discepoli che Gesù invita alla sua sequela è messo in
movimento da un invito: «seguimi… vieni dietro a me… ti farò
pescatore di uomini», invito preceduto sempre da uno sguardo che,
generato dall’amore, ad esso chiama. La risposta c’è quando lo
sguardo di Colui che chiama e lo sguardo di colui che è chiamato
vengono a trovarsi nella stessa linea direttiva. Ciò che cambia la vita
dei dodici aprendo ciascuno di essi a una storia nuova si avvia da
questo incrocio di sguardo e ha bisogno che l’incrociarsi degli
sguardi si mantenga giorno dopo giorno, evento dopo evento, nel
susseguirsi di certezze e incertezze, fedeltà e infedeltà.
Il
mare della Galilea conosce lo sguardo di Gesù sui suoi: sulle sue
sponde Gesù ‘vide’ Simone e Andrea, Giacomo di Zebedeo e Giovanni
suo fratello, Levi figlio di Alfeo, e non solo loro. Li vide e li chiamò:
essi lo seguirono. Lo stesso mare è spettatore di uno sguardo singolare
che Pietro rivolge non a Gesù, ma al vento: verso la fine della notte,
perciò quando ancora è buio, Gesù, camminando sul mare, raggiunge la
barca dei suoi agitata dalle onde a causa del vento contrario. I
discepoli, a vederlo camminare sul mare, lo ritengono un fantasma e si
mettono a gridare dalla paura. E Pietro: «Signore, se sei tu, comanda
che io venga da te sulle acque». Ed egli: «vieni». Pietro scende
dalla barca e si mette a camminare sull’acqua andando verso Gesù,
guardandolo. Ma, ad un certo momento, invece di continuare a guardare
verso Gesù, Pietro ‘guarda il vento’ (così dice il testo greco,
anche se le traduzioni non lo lasciano intendere) e in quel momento
Pietro comincia ad affondare nello stesso mare sulle cui acque era
riuscito a camminare finché aveva guardato a Gesù (cf Mt 14,22-33). Il
gesto sicuro di Gesù che stende la mano, lo afferra e gli dice: «uomo
di poca fede, perché hai dubitato?» riporta Pietro e gli altri a
‘riconoscere’ Gesù.
Lo
sguardo di Gesù e lo sguardo a Gesù si coniugano necessariamente con
il ‘credere’ e con il contenuto della ‘fede’ perché lo sguardo
a Gesù è collegato all’amare, implica l’andare oltre: oltre
l’uomo di Galilea che guarda e chiama, oltre il maestro che insegna,
oltre il taumaturgo che risana c’è Dio che sta costruendo la sua
storia di amore, di amicizia, di dialogo, di gioia, di salvezza con
questi dodici uomini, come preludio a una storia con tanti altri, uomini
e donne, lungo i secoli. Per questo occorre ‘vedere’ e ‘amare’ e
il discepolo non può avere il ‘cuore accecato’, la cecità del
cuore lo rende indurito, quindi incapace di credere oltre che di amare (cf
Mc 8,17). La cecità del cuore, l’impossibilità perciò di lasciarsi
raggiungere dallo sguardo è esplicitato come causa di tristezza per Gesù
(cf Mc 3,5).
Se
Matteo descrive lo sguardo di Pietro rivolto al vento, Luca descrive uno
degli ultimi sguardi terreni di Gesù a Pietro. Luca infatti è
l’evangelista che, narrando i rinnegamenti di Pietro e collegandoli al
canto del gallo, ci mette di suo una pennellata di sguardo: «…in
quell’istante, mentre Pietro parlava, un gallo cantò. Allora il
Signore, voltatosi, guardò Pietro, e Pietro si ricordò … e uscito,
pianse amaramente» (Lc 22, 60-62). In questo momento supremo di
tradimento, di abbandono, di dolore, di amore, lo sguardo di Gesù
riporta il discepolo dentro di sé e dentro la sua storia con Gesù ed
egli, uscito fuori del tradimento, piange: lacrime che mettono i suoi
occhi in condizione di poter riallacciare la sinfonia di sguardo con il
condannato a morte.
Dalla
croce lo sguardo di Gesù ‘vede’ la madre e lì accanto a lei il
discepolo che egli amava. Dal guardare di Gesù una consegna duplice: «“donna
ecco il tuo figlio…” e al discepolo: “ecco la tua madre”. E da
quel momento il discepolo la prese nella sua casa» (Gv 19,28-29).
Anche
il rapporto con il Risorto si impernia intorno al verbo vedere:
l’invito a tornare in Galilea, luogo del primo incontro, che Gesù fa
arrivare ai suoi il mattino di Pasqua è motivato dal tornare a vederLo.
«Dite ai miei fratelli di andare in Galilea e là mi vedranno» (Mt
28,10) e, nel vederLo o meglio ri-vederLo, i discepoli ricevono il
compito di annunciare Gesù a tutte le genti (Mt 28,17-19).
Anche
in questa situazione nuova della vita di Gesù occhi e cuore sono
collegati e, quando gli occhi si aprono e riconoscono Gesù, l’ardere
del cuore nel loro petto trova la sua giusta chiave di lettura (Lc
24,31-32).
Può
anche avvenire, però, che il timbro della voce apra gli occhi a vedere
(questo capita a Maria di Magdala, cf Gv 20,16). Così, la vita dei
discepoli con Gesù parte da uno sguardo che diviene parola/invito e
termina con una parola/invito che diventa nuova possibilità di sguardo,
occhi che si aprono a vederLo, e Maria questo annunzia ai discepoli: «L’ho
visto» (Gv 20,18), un annunzio che diventa esperienza per tutti e
passaggio dallo sguardo del ‘vedere’ allo sguardo del credere e
dell’amare.
Vita di sequela: risposta allo sguardo
Scaturisce
da qui, da questo movimento di sguardo, la vita di sequela, cercata,
intesa e vissuta come risposta allo sguardo, uno sguardo da non
‘perdere’ perché … rivela me a me, mi fa uscire allo scoperto, mi
chiede qualcosa e mi invita, mi attira, mi avvince, mi dà la voglia di
continuare ad averlo su di me, mi risana, mi contagia (cf At 3,4: respice
in nos). Perdere l’incrocio dello sguardo mi mette in condizione
di “guardare il vento” (cf Pietro che mentre cammina sulle acque,
invece di tenere lo sguardo su Gesù guarda il vento e… affonda).
Occorre, invece, continuare a cercare lo sguardo di Gesù, occorre
tornare a ‘vederLo’ in Galilea, occorre muoversi tra vedere sentire
accogliere credere amare, nonostante tutto, nel mezzo delle
cose-persone-eventi che ci riempiono quotidianamente occhi e orecchi e
cuore e mani.
Il
ripetersi/rinnovarsi dello sguardo fa continuare a sperimentare
l’esortazione vetero-testamentaria: «siate forti, riprendete
coraggio, voi tutti che sperate nel Signore » (Sal 20,25) e lo sguardo
di Gesù accompagna l’essere umano sempre.
Passare,
con la propria vita, dal guardare Gesù al lasciarsi guardare da Gesù
vuol dire mettere la propria persona nella sfera di incidenza dello
sguardo di Gesù, vuol dire alzare il proprio sguardo per incontrare il
Suo, vuol dire avviare una sinfonia in cui le varie ‘frasi’ (il
quotidiano di ognuno, il mio quotidiano) si rispondono echeggiandosi e
ciascuno dei due interlocutori/protagonisti si esprime nella tonalità a
lui consona e confacente a quel preciso momento: ascoltare, accogliere,
rispondere, riavviare il tracciato sinfonico, avviarne un altro, in una
sequela di tracciati che, una volta iniziatasi nel tempo, passa dal
tempo presente nel per-sempre.
Nello
sguardo, come anche nella sinfonia dello sguardo, il centro
dell’attenzione è il soggetto - l’essere umano e Gesù - unico e
irripetibile, sorgente e centro di amore, di gratuità, avvolto nella
leggerezza dello sguardo e sostenuto dalla forza dello sguardo.
L’occhio
si trasforma in funzione di ciò verso cui lo sguardo è rivolto: il
volgere lo sguardo lontano da tutto ciò che è materiale o corporeo ha
come corrispettivo in positivo il fissare la grazia dello Spirito santo.
Penso
alla vita religiosa come risposta allo sguardo, uno sguardo che,
muovendosi dal Cristo, sollecita una risposta dello stesso tenore e chi
scopre su di sé e verso di sé lo sguardo amorevole di Gesù, ha solo
voglia di rispondere a quello sguardo con uno sguardo analogo, umano
certo, ma della stessa lunghezza d’onda. Per questo motivo la vita
religiosa può diventare una cristofania che riflette Cristo nel suo
guardare e che, guardando a Lui, trova in Lui lo specchio in cui
guardare se stessa: lo specchio è il Cristo; lo specchio è il Vangelo.
Mi
servirò di alcune espressioni metaforiche che uno dei Padri della
Chiesa, Gregorio di Nissa (ca. 335-394) adopera nel soffermarsi a
presentare l’itinerario del seguace di Gesù, l’anima-sposa, come un
cammino in cui guardando la luce, diventa simile ad essa. Alla vita di
sequela il Nisseno guarda come itinerario in cui Dio lavora le persone
che camminano dietro di Lui, ed esse devono imparare a lasciarsi
guardare, rendere luminose, rassomigliare al raggio/allo sguardo che
brilla in esse.
«Conosci
in qual misura sei stata resa degna al di sopra di tutta la restante
creazione dal creatore: non i cieli sono divenuti immagine di Dio, non
la luna, non il sole, non la bellezza degli astri, null’altra cosa di
ciò che appare nella creazione. Solo tu sei divenuta copia della natura
che supera ogni mente, somiglianza della bellezza incorruttibile, figura
della vera divinità, segno della vita beata, simulacro della luce
autentica, guardando la quale, divieni ciò che quegli è,
rassomigliando/imitando colui che brilla in te attraverso il raggio che
si riflette dalla tua purezza. (...) Colui che tiene l’intera
creazione con il palmo, diviene interamente circoscritto e abita in te e
non sta allo stretto colui che cammina nella tua natura dicendo: Abiterò
in essi e camminerò»1.
L’anima
non è più amica ma sorella, perché, superate le tentazioni, diviene
fiore, giglio, ha una nuova parentela con il Signore, è sorella del
Figlio che fissa lo sguardo sul Padre con gli occhi della colomba, cioè
con lo spirito di profezia2.
La
crescita della sposa è dovuta allo sguardo dello sposo che acconsente
al suo andare verso l’alto: «Per queste cose l’occhio giusto dello
sposo a colei che è già divenuta così o che desidera diventarlo -
dalle cose dette infatti abbiamo considerato le due possibilità, sia
che si magnifichi perché è già divenuta ciò che desidera, sia che
abbia bisogno del coltivatore per divenire fiore correndo in virtù
della sua sapienza dalle profondità della natura umana alla bellezza di
un giglio - sia dunque che voglia diventarlo, sia che sia già divenuta
ciò che voleva, l’occhio giusto dello sposo, in modo buono, guardando
al buon desiderio di colei che guardava verso di lui, le accordò di
divenire un giglio non soffocato dalle spine della vita»3.
Per
tutto questo, occorre forse entrare in un’atmosfera che abbia, per
dirla con S. Weil, le caratteristiche di un clima di “attenzione” e
di una dimensione di attesa: «Oggi sembra che lo si ignori, ma lo scopo
reale e l’interesse quasi unico degli studi è quello di formare la
facoltà dell’attenzione. ...Se c’è un vero desiderio, se
l’oggetto del desiderio è veramente la luce, il desiderio della luce
produce la luce. C’è un vero desiderio quando c’è sforzo
d’attenzione. E si desidera veramente la luce quando non è presente
nessun altro movente. Quand’anche gli sforzi dell’attenzione
rimanessero in apparenza sterili per anni, vi sarà un giorno in cui la
luce, esattamente proporzionale a quegli sforzi, inonderà l’anima.
Ogni sforzo aggiunge un poco d’oro a quel tesoro che nulla al mondo può
rapire. ... Questa funzione del desiderio permette di trasformare lo
studio in una preparazione alla vita spirituale, poiché il desiderio
orientato verso Dio è la sola forza capace di elevare l’anima. Certo,
è soltanto Dio che discende ad afferrare l’anima e ad elevarla, ma
soltanto il desiderio costringe Dio a discendere. Egli viene soltanto
per quelli che gli chiedono di venire; a quelli che glielo chiedono
spesso, a lungo, ardentemente, egli non può rifiutarsi»4.
Ed
inoltre: «Il pensiero, rispetto a tutti i pensieri particolari
preesistenti, deve essere come un uomo su una montagna, che fissando
lontano scorge al tempo stesso sotto di sé, pur senza guardarle, molte
foreste e pianure. E soprattutto il pensiero deve essere vuoto, in
attesa; non deve cercare nulla ma essere pronto a ricevere nella sua
nuda verità l’oggetto che sta per penetrarvi. ... I beni più
preziosi non devono essere cercati ma attesi. L’uomo infatti, non può
trovarli con le sue sole forze, e se si mette a cercarli troverà al
loro posto dei falsi beni di cui non saprà neppure riconoscere la
falsità. La soluzione di un problema di geometria non è in se stessa
un bene prezioso ma, poiché è l’immagine di un bene prezioso, le si
può applicare la medesima legge. Essendo un piccolo frammento di verità
particolare, essa è una pura immagine della Verità unica, eterna e
vivente, quella verità che un giorno ha detto con voce umana: «Io sono
la Verità»5.
Mi
attira da tempo una spiegazione che un aspirante alla vita monastica del
deserto si sentì rivolgere dal suo abba, in risposta alla sua domanda:
come mai tanti arrivano al deserto e pochi vi rimangono. Per rispondere
all’interrogativo, l’abba si richiama alla caccia alla volpe. Quando
si va a caccia della volpe, capita che il primo cane che la vede
comincia ad abbaiare; dietro a lui, si muove la schiera di cani e piano
piano si accresce sempre più. Non tutti i cani, però, resistono nella
faticosa corsa dell’inseguimento della volpe; l’uno dopo l’altro
si fermano: continuano a correre solo quei cani che hanno ‘visto’ la
volpe e sono perciò sicuri che il loro correre non è vano. Così è
per la vita del deserto: solo coloro che hanno ‘visto’ Gesù
rimangono, gli altri se ne vanno, uno dopo l’altro, perché non sanno
a chi stanno tenendo dietro.
“L’ultima
parola che ho da dire … non è un concetto come la ‘grazia’, ma un
nome: Gesù Cristo. Egli è la grazia, ed è lui l’ultimo, al di là
del mondo, della Chiesa e anche della teologia. Non possiamo ‘catturarlo’.
Ma con lui abbiamo a che fare. Ciò che mi ha occupato per tutta la mia
lunga vita è stato dare sempre più rilievo a questo nome e dire: là…!
In nessun nome c’è salvezza se non in questo. Ed è là appunto anche
la grazia. Là è anche l’impulso al lavoro, alla lotta; l’impulso
alla comunione, all’essere insieme agli altri uomini. Là è tutto
quanto ho trovato nella mia vita, nella debolezza e nella stoltezza. Ma
tutto è là»6.
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