testata

    BENVENUTI,        

CERCA IN QUESTO SITO    

 

 

supplemento
n. 05  2009

English

 

Maria ascolta e vive la Parola nel quotidiano

BRUNO SECONDIN

 

trasp.gif (814 byte)

trasp.gif (814 byte)

trasp.gif (814 byte)

trasp.gif (814 byte)

Benedetto XVI ricorda spesso il metodo di Maria nel meditare la Parola, con cuore attento e paziente: «Il Magnificat è interamente tessuto di fili della Sacra Scrittura, di fili tratti dalla parola di Dio. Così si rivela che lei [Maria di Nazaret] nella parola di Dio è veramente a casa sua, ne esce e vi rientra con naturalezza. Ella parla e pensa con la parola di Dio; la parola di Dio diventa parola sua, e la sua parola nasce dalla parola di Dio».1

Un canto comunitario

Certo il Papa sa bene, come del resto sappiamo tutti noi, che il Magnificat è espressione orante e dossologica non solo di ciò che Maria aveva provato in quel momento e in tutta la sua vita, ma anche della simbiosi tra lei e la comunità dei credenti. Cioè questo magnifico cantico è come un ricamo a molteplici mani, come esultanza di una moltitudine di credenti, come eco di molteplici suoni che si sono fusi: Maria nella sua vita e nella sua avventura di grazia è la più degna a pronunciarlo e la più conformata alla teologia esperienziale che vi si riflette, è la voce di tutta la Chiesa che nel cantico vi si immedesima.

È una composizione raffinata, dai mille echi biblici, dalle immagini così suggestive ed efficaci, dagli orizzonti tanto ampi, eppure è così prossima al linguaggio, alla terminologia, al ritmo della dossologia di tutte le Scritture. Possiamo dire che è frutto personale e insieme collettivo, risuona nel cuore e nell’anima femminile di Maria in maniera unica, e romba come un tuono nell’ethos di tutto il popolo dei figli di Abramo e dei redenti dal nuovo Adamo.

Luca ha certamente messo la sua abilità letteraria in quelle parole, ma anche la distanza tra l’evento iniziale e la composizione materiale del testo ha reso possibile fondere insieme emozione iniziale e gli esiti di un vissuto personale e collettivo che si è incanalato nel testo e negli echi. Diventa così davvero canto di nostalgia e di speranza, ma anche risposta orante e dossologica per tutto quanto ormai si era realizzato e aveva preso forma piena e definitiva. Difatti sono evidenti sia le radici della prima alleanza, sia la verità della nuova alleanza nei nuclei più salienti del testo.2

DA UNA ORIGINALITÀ DI LUCA

Tutti conosciamo la parabola del seminatore: i tre sinottici la raccontano con sfumature proprie (cf Mt 13,1-9.18-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15), ma anche collocandola secondo esigenze di struttura differente, proprie di ciascun vangelo. Vorrei soffermarmi sulla redazione lucana e far notare un’operazione che solo Luca fa (Lc 8,4-15),3 e da cui prendo ispirazione per alcune applicazioni.

Questa parabola viene collocata da Luca in un contesto del tutto speciale, non a caso prima di narrarla, l’evangelista ricorda che attorno a Gesù c’erano uomini e donne che lo seguivano, condividendo con lui viaggi, predicazione e preoccupazioni (Lc 8,1-3). Quindi la premessa alla parabola – a differenza degli altri due sinottici, Marco e Matteo – è che vi è un discepolato misto, fatto di donne e uomini, che sono i destinatari più immediati della parabola. Diciamo di più: dovrebbero essere loro soprattutto la forma visibile della fruttificazione del seme gettato dal seminatore. Certamente c’è anche «molta folla che accorre» (Lc 8,4), ma questo è uno stereotipo. Quelli che veramente sono i primi e diretti destinatari del senso della parabola sono loro, discepole e discepoli.

E dopo aver proposto la parabola e averla anche spiegata – e tutti sappiamo include senza la finale delle percentuali, ma parlando di “frutto nella perseveranza” (karpoforoùsin en hypomonè). È un’espressione meno di efficienza e più di sensibilità e qualità, ma il fatto curioso è che Luca conclude richiamando ancora delle persone particolari, nel caso specifico alla presenza della madre e dei fratelli, che stanno cercando di contattarlo, ma non riuscivano, «stavano fuori» (exo stèkontes) dice Marco (Mc 3,31; cf Mt 12,46). Situazione che sta a significare sia la ressa ella folla, sia la difficoltà anche per i parenti di “capire” veramente la novità che era proposta da Gesù. Anche Giovanni accenna che neppure i suoi lo capivano e gli credevano (cf Gv 7,3-6). Ora la risposta di Gesù a chi lo avverte che i parenti lo stanno cercando, forse anche per suggerirgli una calmata, visto il tanto trambusto, Gesù risponde: «Mia madre e i miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola (o logos) di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8,21).

È drastica questa risposta su chi davvero possa far parte della famiglia di Gesù: da ora, e come ho detto, fa da cornice di chiusura della parabola del seminatore e della sua spiegazione. possiamo però intravedere anche qualche altra cosa. La madre e tutti i suoi fratelli, come del resto anche chiunque voglia essere discepolo, uomo o donna che sia, deve accettare un cammino di ascolto e di discepolato, di nuova prassi e di nuovi orizzonti. Anzi, deve portare la propria vita verso altre relazioni che la rigenerino, che consentano una nuova “appartenenza familiare”, davvero una nuova identità. E questo avviene proprio attraverso un ascolto intenso, obbediente, rigenerante della Parola del Maestro, seminata con generosità, e accolta con cuore “bello e generoso” (en cardia kalè kai agathè: Lc 8,15).

Quindi, si può affermare con decisione che queste parole di Gesù, non sono una presa di distanza dalla sua parentela, ma un invito – tenendo presente anche la cornice femminile che apre e chiude il brano della parabola – a farsi grembo fecondo della Parola, proprio come sperimenta la donna con la maternità, e a vigilare con hypomonè, cioè con costanza premurosa e affettuosa, sullo sviluppo di questo misterioso seme, in una simbiosi che trasforma l’uno nell’altra e si fa speranza e ritmo di vita.

Quindi, per parlare di accogliere la Parola come Maria e incarnarla nel vissuto, bisogna collocare la stessa Maria nell’orizzonte segnalato da Cristo: ella stessa, dopo averlo ricevuto come Verbo eterno in una misteriosa gravidanza operata dallo Spirito Santo, dopo averlo generato a vita umana, è chiamata a intraprendere un itinerario di discepolato, per essere a sua volta discepola del Figlio ormai diventato maturo, pubblico Maestro. Un discepolato che non è fatto solo di presenza accanto, ma anche di rigenerazione misteriosa del cuore, grazie al seme incorruttibile della Parola nuova, viva ed eterna (cf 1Pt 1,23), a cui ella stessa aveva dato carne e identità umana. Mi limiterò ad alcuni momenti delle testimonianze evangeliche su Maria.

MARIA DI NAZARET, EBREA IN ASCOLTO

Non c’è dubbio che Maria aveva un’identità ebraica in tutte le implicazioni che questa affermazione comporta: noi la proclamiamo a volte “Figlia di Sion”, e questo si applica alla stirpe, alle abitudini, agli obblighi e ai divieti, alla religiosità e al senso di identità. E quindi anche all’assiduità dell’ascolto e all’obbedienza alla Parola. È inconcepibile un ebreo e una ebrea senza un “ascolto intenso” della Parola.

Luca non scende alla descrizione dei particolari della vita ebraica di Maria, ma ci sono degli elementi che possiamo, con un po’ d’intuizione e senza forzare, sottolineare, e dai quali far emergere i caratteri tipici di una credente ebraica, la cui fisionomia non sarebbe comprensibile se non nella struttura tipica del vivere ebraico, con convinzione e non per casualità. Il fatto che Luca parta già dalla situazione di Maria promessa sposa a Giuseppe, e non si preoccupi di dire una parola in più sulla sua infanzia o su qualche aspetto della sua esperienza religiosa in quel momento, non significa che non avesse di queste qualità.

Per una persona ebrea che conosceva le Scritture, la frase “non temere”, che accompagna lo smarrimento del protagonista, è tipica delle teofanie e Maria se ne mostra cosciente. Il turbamento è la reazione normale di un ebreo davanti ad un evento di rivelazione divina. Non è quindi semplicemente una timidezza, una sorpresa, un momento di disagio: in quel turbamento prolungato, accompagnato dal domandarsi, con senso di timore e di stupore, il significato e la finalità del saluto particolare, troviamo la classica reazione dell’israelita. È il senso di una presenza che sovrasta e chiama ad un compito che sempre sorpassa le proprie vedute e i progetti. Tanto più in questo caso, in cui al “Signore è con te” – anche questo classico modello di approccio – viene anteposta una specie di definizione sorprendente: kekaritomène, diremmo “impregnata di grazia”. Il che appare davvero impropria affermazione per una ragazzina quindicenne.

Potrebbe anche essere un’espressione cortese, ad esempio: “quanto sei graziosa, bella, splendida”, come alcune tradizioni orientali dicono. Ma nel contesto vuol dire – come tutti sappiamo - molto di più, più in qualità e sostanza, come viene meglio esplicitato poi dalla ripetizione: «hai trovato grazia presso Dio» (Lc 1,30: karin parà tò Theò), che implica non solo compiacimento, ma anche: hai dato gioia, hai rallegrato il cuore di Dio, ai suoi occhi e al suo cuore tu sei amata e desiderata.

         La risposta dell’angelo potrebbe essere commentata in molti modi. Senza dubbio non poteva essere comprensibile senza un’intensa familiarità con le Scritture, di cui riporta moltissime allusioni, e che ad una ebrea che conosceva le Scritture non potevano sfuggire. Non intendo entrare in questo aspetto importante. Voglio piuttosto proporre un’interpretazione complementare della risposta di Maria all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?» (Lc 1,34).

Sappiamo bene che, pur vincolati da una promessa di matrimonio, Maria e Giuseppe non coabitavano ancora, appunto secondo l’uso ebraico che prevedeva il vincolo del fidanzamento e poi in tempo successivo il passaggio alla coabitazione, con corteo nuziale. È noto che la lettura tradizionale vede in questa espressione di Maria (épei andra ou ginòsko) - il proposito della verginità, sostenuta anche dalle narrazioni degli apocrifi sulla fanciulla Miriam e la sua dedicazione (sempre secondo gli apocrifi) al servizio del Tempio. Una dilatazione molto bella e tradizionale del significato, come tutti sappiamo, ma in misura forse un po’ esagerata, perché se si era già nel processo del fidanzamento-matrimonio, è chiaro che l’intento dei due era quello di una normale relazione matrimoniale, figli inclusi. Non avrebbe senso pensare ad una “promessa sposa” che escludesse il sogno di un’intimità sponsale autentica, e anche la disponibilità personale a viverla con fecondità. Ma io vorrei tentare un’altra interpretazione.

LA SPOSA-ISRAELE È STERILE

Quella frase dell’angelo, la prima e la seconda - ripresa anche nell’annunciazione a Giuseppe (cf Mt 1,18-25) - implicava tutta la storia di Israele, vi si accumulano infatti decine di passi paralleli allusi. Era il linguaggio della speranza, ma anche della sofferenza, per le infedeltà storiche e i fallimenti gravi. La sposa Israele era come diventata isterilita, per i molti fallimenti, frutto dei connubi politici e cultuali con i popoli vicini. Non aveva più la fecondità del tempo della fedeltà, e Maria è come se si immedesimasse nella Figlia di Sion sterile e senza compagno, senza la gioia di vedere ancora un discendente di Davide, uno della casa di Giacobbe, guidare il popolo verso la pace e la santità.

In questa prospettiva si può collegare il turbamento grave di Maria, la sua riflessione intensa, ma anche la sua risposta, con quello che Gesù dirà di sé – o almeno con quello a cui alluderà con gesti e stili in molte occasioni – come sposo per Israele. Sono molte le occasioni in cui anche Gesù riprenderà la simbologia sponsale già sviluppata dai profeti sulla relazione amorosa e coniugale tra Dio e Israele, con i tradimenti e le riconciliazioni (cf Osea, Deutero Isaia, Ezechiele; e soprattutto il Cantico dei Cantici).

Questa sterilità ormai secolare dell’intero popolo, Maria la sente sua, vi si immerge, è accolta nel suo cuore con la sofferenza comune a tutti, assieme alla speranza resistente dei pii: come si vedrà poi in Zaccaria, Simeone, Anna e tanti altri. Anche la risposta, o spiegazione dell’angelo, potrebbe essere letta proprio nella stessa prospettiva: la simbologia dell’ombra dello Spirito, la santità di Dio che prende forma e visibilità, la dignità eccelsa del nascituro, umanamente impossibile, il richiamo ad una sterilità (quella di Elisabetta) miracolosamente sciolta per intervento divino, sono tutti schemi dell’Antico Testamento che risuonano, e si riallacciano alla preoccupazione della “sposa Israele”- Maria per la infecondità e mancanza di compagno di intimità vitale.

Nella risposta finale di Maria, troviamo pertanto non solo una disponibilità personale a darsi interamente alle esigenze della Parola dell’angelo, ma anche a farsi carico dell’intera Parola dell’alleanza dei Padri, perché si compia in lei a beneficio di tutti. Si dichiara disposta a vedere la sua esistenza intrecciata in modo unico con quanto conosce e medita della memoria collettiva, delle attese, della speranza e della fiducia. Nel suo accettare di essere al servizio della Parola - «avvenga a me secondo la tua parola/génoitó moi katà tò remá sou - c’è una disponibilità ad essere luogo del compimento anche delle antiche speranze e promesse. Infatti remà è parola-evento, nel senso denso, e non solo come vocabolo, espressione, suono, terminologia.

Vedo una conferma di questo nel saluto che la cugina Elisabetta le grida esultante: «Beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore » (Lc 1,45). La frase si pone alla fine del cantico di Elisabetta, nel quale vengono egualmente evocate varie simbologie della presenza del Signore nella storia del popolo (primariamente il passaggio dell’arca del Signore, la gioia per il grembo pregnante, l’esultanza incontenibile, l’impulso dello Spirito, l’elogio fra le donne, ecc.). E quindi è in questo contesto che va interpretata, e non come elogio personale rivolto alla sola Maria. In questo caso Maria rappresenta l’Israele dei pii e dei giusti che hanno creduto alla fedeltà di Dio, nonostante oscurità e attese struggenti; è la sposa fecondata, amata di “amore eterno” (Is 54,8), non più ripudiata. Elisabetta si fa interprete di questa certezza, che Dio sarebbe stato fedele al suo popolo: e in Maria vede e riconosce che questa fedeltà è diventata dono per tutti; e nella disponibilità di Maria la risposta a vantaggio di tutti.

Solo due donne che avevano creduto, meditato e vissuto il fil rouge delle Scritture, cioè avevano ascoltato, amato, si erano immedesimate nella promessa antica, di cui era impregnata la Parola trasmessa di generazione in generazione, potevano vedere questa unità, potevano andare al di là di una gioia personale, seppur legittima e intima.

ESEGETA ASSIEME AL POPOLO

Vorrei commentare la partecipazione della comunità allo stile silenzioso e riflessivo di Maria in tutte le vicende dette dell’infanzia. Luca annota due volte che Maria rifletteva e cercava di interpretare. Dopo la visita dei pastori è detto: «Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose (synetèrei tà rèmata symbàllousa en tè kardìa) meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19); e dopo il ritrovamento nel tempio del ragazzo Gesù è detto: «Sua madre conservava tutte queste cose (dietèrei panta ta rèmata) nel suo cuore» (Lc 2,51). Ma attorno alla madre riflessiva e che vigila sui ricordi, con un cuore che si stupisce ma cerca anche di trovare una spiegazione unitaria, ci sono altri che fanno lo stesso.

Per esempio, quando Zaccaria riprende a parlare per indicare il nome Giovanni per il figlio, i vicini hanno un senso di sorpresa e timore, e, di tutto quello che si discorreva, «tutti quelli che udirono (ta rèmata) le posero nel loro cuore» (Lc 1,66). I pastori prima di andare a Betlemme discutono se vale la pena muoversi «a vedere quella parola-evento (to remá) che è accaduta» (Lc 2,15) e poi parleranno a tutti di ciò (tou rèmatos) che hanno «visto e udito » (Lc 2,20). Abbiamo pertanto anche lo stupore collettivo: anzitutto quello di Elisabetta (Lc 1,41-45) nel trovarsi visitata dalla Madre del Signore, presentandosi quasi novella arca santa che attraversa strade montuose per venire a condividere con la cugina la gioia di una maternità straordinaria che le ha beneficate.

Poi lo stupore dei parenti di Elisabetta e di Zaccaria quando nasce il figlio: e gioivano con lei (synèkairon autè: Lc 1,56). Meraviglia e stupore provano anche tutti quelli che sentono i pastori raccontare la loro vicenda così fuori della normalità: «si stupivano delle cose che i pastori dicevano» (Lc 2,18). Ancor di più al tempio, di fronte all’esultanza di Simeone, madre e

padre “si stupivano (thaumàzontes) delle cose dette al suo riguardo” (Lc 2,33).

Questo per quanto riguarda la nascita e i primi giorni successivi. Ma di Maria si dice che rifletteva con cuore vigilante anche dopo l’episodio del ritrovamento al tempio. Anche qui abbiamo lo stupore e la meraviglia (existanto: si può tradurre con: sbalordimento) dei maestri del tempio (cf. Lc 2,47). Si annota pure che i genitori «non compresero la parola (to rèma) che aveva detto loro» (Lc 2,50) e subito dopo che «sua madre conservava tutte le parole-evento (panta ta rèmata) nel suo cuore» (Lc 2,51).

Mi interessa commentare questo atteggiamento collettivo di stupore e di riflessione, di incomprensione e di custodia nel cuore. Non è solo di Maria come abbiamo sentito, ma di molti. E questo già rivela un’importanza: era la santa abitudine ebraica di mettere nel deposito del cuore e vigilare con cura e stupore quello che avveniva. Perché tutti gli eventi, erano insieme parola e fatto, oggettivo accadimento e misterioso segnale, su cui riflettere per trovare la loro connessione in un orizzonte che ne spiegasse significato e finalità. Maria non fa altro che vivere con tutti la fatica di comprendere, ma accompagnata pure per lei dallo stupore, dalla sorpresa, da un senso di timore e di meraviglia.

Questo è il vero modo biblico di accogliere la Parola e di conservarla nel cuore: con lo stupore, generato dalla sensazione della propria fragilità e ferialità che viene attraversata dai segni di Dio che si fa vicino, visibile e udibile, eppure rimane ben oltre; costringe a rimuginare nel cuore, a dialogare per capire, a riflettere per non farsi sfuggire connessioni e riverberi inattesi. Un popolo intero di umili che riflette e si interroga, che è travolto dallo stupore e insieme deposita nel cuore ta rèmata, perché nulla svanisca, ma lasci una sensazione duratura, diventi una scoperta aperta a nuovi orizzonti.

STABILITAS CORDIS

Io vedo Maria in questa sua attitudine certamente come la vergine-madre che non passa superficialmente sopra le cose, ma anche come la compagna ed erede della migliore tradizione ebraica: quella di lasciarsi stupire e sorprendere, di ruminare e ricordare, di vigilare e ruminare, per estrarne significati veri e ispirazioni di vita. Questa è vita secondo la Parola e lo Spirito: una stabilitas mentis che si familiarizza con gli eventi e memorizza bene i fatti e cerca i legami che ne fanno un progetto, un tessuto, un evento completo e unitario. Una stabilitas cordis che si trasforma in unica preoccupazione, unica linearità d’amore e di desiderio, di valori e di attese: questo è il vero cuore dell’israelita, tutto impregnato del riverbero dei remata.

Mi piacerebbe parlare anche di un’altra stabilitas: è la stabilitas corporis, cioè gli anni nascosti di Nazaret. Essa completerebbe le altre dette ora, dando particolare pregnanza ai tre decenni della presenza di Gesù a Nazaret. Ma già aver segnalato questa ricchezza spesso non vista, degli eventi dell’infanzia, può bastare.

 

Note

1 BENEDETTO XVI, Deus caritas est 41.

2 Cf E. PERETTO, «Magnificat», in S. DE FIORES-S. MEO (edd.), Nuovo Dizionario di Mariologia, Paoline, Cinisello Balsamo 1985, 853-865.

3 Mi ha dato il suggerimento la lettura di un commento di I. GARGANO, Maria e la Parola. Una esperienza di lectio divina, Paoline, Milano 2003.

 

Torna indietro

         

 

 

   

   

Numeri disponibili
in internet


   

Supplementi


   

50 anni nella storia per animare il cammino della vita apostolica e religiosa femminile
 



 

Direzione
e Amministrazione

Consacrazione e Servizio
Via Zanardelli 32
00186 - ROMA
Tel. e fax 06 68 80 23 36
Email redazione:
centrostudi@usminazionale.it
Email abbonamenti
abbonamentirivista@usminazionale.it
CCP 671008
Centralino USMI
Tel. 06 684005 - 1
Fax 06 68 80 19 35

 

Per abbonarsi

ABBONAMENTI 2013

  • Italia: € 35,00
  • Estero: € 40,00

Email abbonamenti
abbonamentirivista@usminazionale.it

Inserisci questo sito
fra i tuoi siti preferiti.

Imposta questo sito
come pagina di inizio. 
 

 


Modificato domenica 16 marzo 2014
© USMI, Via Zanardelli, 32 - Rome - Italy